Cento piante utili all'uomo

Hypericum perforatum L., Erba di S. Giovanni

hypericum.png

Hypericum perforatum
Hypericum perforatum

 

Giugno 2020

 

Iniziamo con una pianta del percorso "100 piante utili all'uomo" in fioritura in questo momento: Hypericum perforatum, l'Erba di S. Giovanni.

 

Perchè si chiama "perforatum"?

Lo scopriamo guardando contro luce le sue foglie: punteggiate di una miriade di puntini semitrasparenti.

 

Perchè è utile all'uomo?

Lungo il bordo delle foglie, dei sepali e dei petali si possono vedere file di ordinati puntini neri: sono le ghiandole che contengono le preziose sostanze, tra cui l'ipericina. Da secoli, è conosciuta la sua proprietà per la cura di vari problemi della pelle: notissima per alleviare gli effetti di scottature solari e ustioni da fuoco, è utilizzata anche per ragadi, emorroidi, herpes, dermatiti, foruncoli, punture di insetti.

 

Perchè si chiama Erba di San Giovanni?

Veniva tradizionalmente raccolta nella notte di S. Giovanni (24 giugno), con rituali specifici, che si riteneva ne aumentassero le proprietà magiche (di protezione della casa dagli spiriti maligni e per assicurare un sogno sereno) oltre che curative.

 

Prunus armeniaca L., Albicocco

prunus_armeniaca.png

Prunus armeniaca
Prunus armeniaca

 

Luglio 2020

 

Oggi ci dedichiamo all'albicocco, collocato al centro dell'Orto Botanico e ormai ricco di frutti!

Infatti, avendo una fioritura precoce, tra marzo e maggio, i suoi sono tra i primi frutti estivi maturi per essere gustati!

 

Lo sapevate che...

Secondo una leggenda è stato Alessandro Magno a scoprire questa pianta durante le sue campagne di conquista.

Ma è storicamente confermato che sono stati gli antichi Romani a importarlo in Europa per la coltivazione, intorno al 60 a.C. Loro lo chiamavano “armellino” (credendolo originario dell’Armenia, mentre in realtà è spontaneo nell'Asia centrale e nord orientale): da questo "errore" deriva anche il suo nome scientifico (cambiato nel tempo da Malum armeniacum a Armeniaca vulgaris all’attuale Prunus armeniaca).

 

Perchè il nome albicocco?

Grazie agli Arabi, la sua diffusione aumentò nel bacino del Mediterraneo e probabilmente questo nome deriva proprio dall’arabo “al-barqūq”.

Oggi le principali zone di coltivazione sono il Mediterraneo e la California.

Ma, sorpresa... si trovano coltivazioni anche sopra i 3000 m nella valli Himalayane (infatti riesce a sopportare rigide temperature invernali).

 

In che modo è utile all'uomo?

Per le proprietà del suo frutto e dei suoi semi...

Il frutto si mangia sia fresco che secco, fermentato e poi distillato diventando un'acquavite; è ricco di vitamine B, C, sali minerali e carotenoidi.

Noto per stimolare la produzione di ormoni, veniva mangiato dalle donne cinesi per migliorare la loro fertilità.

Dai semi, detti “armelline”, si ottiene l’Olio di Kernel usato in cosmetica per le proprietà emollienti e antiossidanti.

Questi vengono anche usati, spesso sotto forma di olio e come ingrediente accessorio (aroma o essenza), in pasticceria.

 

Attenzione! I semi non possono essere consumati in abbondanza (soprattutto dai bambini) poiché contengono una sostanza detta “Amigdalina”: questa, in presenza di acqua, può dare origine all'acido cianidrico, un composto altamente tossico.

In dosi controllate, come testimoniato nella medicina antica, erano usati contro l'esaurimento, l'ulcera e il tumore.

 

Physalis alkekengi L., Alchechengio

physalis_alchechengi.png

Physalis alkekengi L., Alchechengio
Physalis alkekengi L.

 

Agosto 2020

 

Tra le attuali fioriture dell' Orto Botanico di Torino troviamo...

L’alchechengi (Physalis alkekengi L. o Alkekengi officinarum Moench) è una pianta appartenente alla famiglia delle Solanacee, coltivata nelle aiuole delle piante officinali dell’Orto Botanico per farne conoscere le sue proprietà medicinali, poco note al pubblico.

Si tratta di pianta erbacea perenne che fiorisce tra luglio e agosto (il suo fiore è a forma di campana, bianco) e il frutto matura verso settembre.

È più nota come pianta ornamentale per la bellezza e per la persistenza delle sue campanelle, da cui deriva il suo nome comune: “lanterna cinese”.

 

Come per il pomodoro, suo "parente" (Solanum lycopersicum), l’intera pianta è velenosa in quanto contiene solanina e tracce di alcaloidi, ad eccezione del frutto.

 

Vista la stretta parentela tra le due specie, il frutto dell'alchechengi assomiglia a un piccolo pomodoro: tondo e di colore giallo intenso, racchiuso in un involucro derivato dal calice del fiore, di consistenza cartacea e di colore arancione.

In autunno queste foglie protettive si seccano e appaiono come un gioiello lavorato a filigrana, lasciando intravedere il frutto maturo.

 

Il nome deriva da...?

Il nome del genere Physalis deriva dal latino e dal greco, e significa “bolla”, in riferimento al calice fruttifero rigonfio in tutte le specie del genere. Alkekengi sembrerebbe derivare dallo spagnolo “Alquequenje”, che potrebbe derivare a sua volta da una voce di origine araba.

 

Qual è la sua origine geografica?

A differenza della maggior parte delle altre specie di Physalis che provengono dall'America, l’Alkekengio è originario di Europa e Asia.

In alcune regioni d'Italia è considerata una specie spontanea, mentre in altre è considerata una specie esotica, sfuggita alla coltura.

La questione della sua origine in Italia pertanto non è ancora chiara!

 

Come viene utilizzato il frutto in fitoterapia?

Essendo depurativo e diuretico, viene utilizzato da moltissimi secoli per trattare i calcoli renali e la gotta.

Nella medicina popolare veniva assunto sotto forma di decotto o di tintura.

 

Da cosa derivano le sue proprietà?

È ricco di mucillagini, di flavonoidi, di carotenoidi e di vitamina C (ne contiene all’incirca il doppio rispetto al limone)

Per queste sue caratteristiche si rivela un ottimo antiossidante, integratore di vitamina C , immunostimolante e protettore dello stomaco, del fegato e delle vie urinarie.

 

Dalle ipotesi alla conferma...

Partiamo da lontano... medici e alchimisti durante il Medioevo e Rinascimento avevano sviluppato la dottrina della segnatura (dal latino signatura, cioè «firma»), che partendo dall'aspetto con cui ogni elemento naturale di origine animale, vegetale o minerale si presenta, per analogia, ipotizzavano la sua funzione terapeutica sulle parti del corpo umano più simili ad esso.

I medici che seguivano questa teoria vedevano il frutto dell' alchechengio come la rappresentazione di un calcolo all'interno di un rene, perciò ritenevano questa pianta utile nella cura dei calcoli renali, supposizione che è poi stata confermata dalle analisi farmacologiche condotte in seguito.

 

Cota tinctoria L., Camomilla dei tintori

cota_tinctoria.png

Cota tinctoria L.
Cota tinctoria L.

 

Settembre 2020

 

Tra le piante in fiore nel percorso "100 piante utili all'uomo" questo mese una delle protagoniste è la Camomilla dei tintori o Margherita dei tabaccai, il cui nome scientifico è Cota tinctoria o Anthemis tinctoria, appartenente alla famiglia delle Composite o Asteracee.

 

Qual è la sua origine geografica e dove si trova?
E' una specie originaria della zona temperata dell'Europa, dalla Francia all'Ucraina, è presente in tutta Italia, ad eccezione della Valle d'Aosta (anche se in Sardegna e in Trentino-Alto Adige è ritenuta non spontanea, certamente sfuggita a coltura).
E' diffusa soprattutto in zone collinari, ma può trovarsi dal livello del mare a 1500 metri di quota.
Ha bisogno di terreni ben drenati, quindi asciutti, ma si adatta a suoli poveri di nutrienti e calcarei, e a zone calde. Si trova spesso in ambienti degradati, come i bordi strade, sentieri e i terreni di riporto, che presentano spesso queste caratteristiche.

 

Come sono i suoi fiori?
Come tutte le Composite, ha un'infiorescenza detta "capolino", composta da moltissimi fiori: quelli centrali sono detti tubulosi, e formano il disco, mentre quelli periferici (comunemente considerati "i petali") sono detti ligulati e formano il raggio. In Cota tintoria sono presenti entrambi i tipi e sono di colore giallo dorato, e si distinguono da altre "margherite gialle" per il grande disco centrale e i corti fiori ligulati.
Anche le foglie sono riconoscibili: sono profondamente incise, simili a penne, tomentose e grigio-verdi.
E' una pianta a ciclo biennale: nel primo anno si sviluppa una rosetta di foglie sul terreno e nell'anno successivo da ogni rosetta si origina un lungo stelo che porta un singolo "fiore" (che in realtà è un'infiorescenza costituita da moltissimi fiori: il capolino). 
Dopo aver prodotto i semi, la pianta generalmente muore.

 

Perché si chiama "tinctoria"?
Deve questo epiteto specifico e il nome comune proprio all'antica tradizione di utilizzarla per la tintura dei tessuti.
Veniva utilizzato il capolino, ricco di pigmenti flavonoidi (luteolina ed apigenina), per ricavare un colore giallo brillante e duraturo.

 

Come si estrae il colore?
L'estrazione del pigmento si effettua sottoponendo i fiori a macerazione per mezza giornata, poi facendo bollire per un'ora e filtrando.
Si mettevano poi le lane a bollire per un'ora in questo liquido.
Tuttavia in Europa vi sono altre specie da cui ricavare il colore giallo come Reseda luteola e Serratula tinctoria.
Cota tinctoria, essendo facilmente coltivabile, ha avuto più successo in America del Nord e Gran Bretagna dove, in natura, sono assenti tutte e tre le specie.

 

Quali sono le sue proprietà officinali?
Nella medicina popolare i fiori sono usati come quelli di alcune specie di camomilla (Chamaemelum nobile e Matricaria chamomilla) per preparare infusi balsamici, diaforetici (per favorire la sudorazione), per favorire la digestione e come calmanti contro l'emicrania.
Hanno anche un sapore gradevole, intermedio tra quello delle camomille e quello delle artemisie.
Come accade per le camomille possono essere utilizzate per fare impacchi utili a lenire gli arrossamenti e le infiammazioni della pelle e degli occhi.
In cosmetica, si utilizza per schiarire i capelli grazie alla possibilità di estrarre degli oli essenziali, sempre come per le camomille.
 

 

Helianthus tuberosus L., Toupinambour

helianthus_tuberosus.png

Helianthus tuberosus L.
Helianthus tuberosus L.

 

Ottobre 2020

 

Molti giardini, ma anche i bordi stradali e gli incolti sono in questo periodo colorati dalla dorata e vistosa fioritura del Toupinambour o Topinambur (Helianthus tuberosus L.).

Esso possiede molti curiosi nomi comuni: Girasole del Canada, Tartufo di canna, Tartufo del Canada, Carciofo di Gerusalemme (per via del sapore simile a quello dei carciofi), Rapa tedesca, Sole perenne ….

Appartiene alla famiglia delle Asteracee, pertanto (come già raccontato per Cota tinctoria) il suo fiore è in realtà una infiorescenza, detta “Capolino”, composta da fiori ligulati (quelli comunemente considerati “petali”) e da fiori tubulosi (quelli centrali, che formano il “disco”). Nel toupinambour i fiori ligulati sono generalmente 12, di colore giallo vivace, e i fiori tubulosi sono giallo dorato.

 

Dove ha origine?

E’ una specie originaria dell’America settentrionale, come suggerisce il nome comune Girasole del Canada.

Viene utilizzato sia come foraggio (sia la parte aerea che i tubercoli) che a scopo alimentare, producendo degli ottimi tubercoli all'estremità delle radici, che vengono raccolti a partire da ottobre fino a marzo; una loro caratteristica è quella di sopportare le gelate, mantenendo le loro caratteristiche.

Appartiene allo stesso genere del Girasole (Helianthus annuus), anch’esso originario dell’America settentrionale, e ampiamente coltivato per i semi, utilizzati sia per ricavarne olio che per l’alimentazione.

 

Come si è diffuso in Europa?

Entrambe le specie, già nel Seicento,  sono state introdotte in Europa a scopo ornamentale e produttivo in orti, giardini e campi; da lì sono sfuggite  e si sono riprodotte autonomamente in natura.

In particolare il toupinambour, il quale è diventato una specie invasiva, cioè in grado di espandersi rapidamente e su grandi superfici, formando popolamenti quasi monospecifici: questo anche grazie alla produzione di sostanze allelopatiche dalle radici (si tratta di sostanze prodotte dal metabolismo della pianta e rilasciate nel terreno, che inibiscono la crescita e lo sviluppo di piante concorrenti vicine).

Tuttavia, fortunatamente per ora è presente quasi esclusivamente in ambienti antropizzati o già disturbati, non negli ambienti naturali come prati stabili, boschi, ambienti umidi, e non sale sopra ai 1300 m di quota.

 

Quale è l’origine del suo nome scientifico?

Il nome Helianthus deriva dal greco: “helios” significa sole e “anthos” significa fiore, e si riferisce alla tendenza della pianta, quando è in bocciolo, a rivolgersi sempre verso il sole (proprietà detta eliotropismo, ovvero “movimento verso il sole”); cosa che, come molti avranno notato, non accade più quando il fiore è maturo. L’epiteto specifico “tuberosus” deriva proprio dalla presenza dei tubercoli, o tuberi, radicali.

 

E del suo nome comune?

Più curiosa è l’ipotesi sull'origine del nome toupinambour.  Contemporaneamente all'introduzione in Europa (a partire dalla Francia), nel Seicento, esso era stato introdotto anche in Brasile: "Topinamboux" era il nome di una tribù brasiliana di cui alcuni membri erano stati portati, come “curiosità”, a Parigi nel 1613. Questo deve aver ispirato i primi coltivatori di questa specie in Francia.

 

Come viene utilizzato?

Viene utilizzato sia come foraggio (sia la parte aerea che i tubercoli) che a scopo alimentare, producendo degli ottimi tubercoli all'estremità delle radici, che vengono raccolti a partire da ottobre fino a marzo.

Una loro caratteristica è quella di sopportare le gelate, mantenendo le loro caratteristiche.

Per molto tempo il suo uso in cucina è stato un po’ dimenticato, ma negli ultimi anni è tornato di moda e viene molto utilizzato, anche grazie alle sue proprietà.

 

Quali sono le sue proprietà?

È privo di glutine e presenta un elevato contenuto proteico.

Grazie alla presenza di inulina, sembrerebbe in grado di ridurre il colesterolo e prevenire le malattie cardiovascolari. Sempre la presenza di inulina, sostanza prebiotica, e l’elevato contenuto in fibre, favoriscono la digestione e il corretto funzionamento dell’intestino.

Stimola il sistema immunitario, grazie alla presenza di arginina. Inoltre riesce a regalare un senso di sazietà, permette di regolarizzare l’intestino e di sgonfiare la pancia. Stimola la diuresi, contrastando ritenzione idrica e cellulite.

L'indice glicemico piuttosto basso lo rende adatto anche ai diabetici.